6 settembre 2011

Armi chimiche, segreti esplosivi


di Francesco Loiacono
Le armi chimiche prodotte durante il fascismo minacciano gli ecosistemi del Belpaese. Un arsenale inquinante sulla cui esistenza ha rotto il silenzio Gianluca Di Feo con il libro 'Veleni di Stato'


L'editoriale di G. Di Feo: Misteri di guerra
L'esperto: Salviamo i nostri fondali

Avvelenano da decenni i nostri mari, i laghi, le falde idriche e i terreni. Dopo aver seminato terrore durante il fascismo in Libia, Somalia ed Etiopia. Sono l’iprite, il fosgene, l’arsenico e il cianuro contenuti nelle armi chimiche prodotte dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla Seconda guerra mondiale. Un arsenale inquinante sulla cui esistenza, due anni fa, ha rotto il silenzio Gianluca Di Feo con il libro Veleni di Stato. Il giornalista ha portato alla luce quanto contenuto negli archivi militari inglesi, tedeschi e americani: lungo le coste italiane, durante e dopo la guerra, sono state affondate tonnellate di armi a caricamento chimico. Per non parlare dell’eredità tossica dei terreni intorno alle industrie e ai depositi bellici sparsi sulle Penisola: la Chemical city sul lago di Vico, l’ex Saronio di Melegnano, a pochi passi da Milano, e a Colleferro, per citarne alcuni. Una battaglia per la sicurezza ambientale, insomma, di cui si parla da poco. E che vale la pena di rilanciare.

IN CERCA DI VERITA’
«A Vico nel 1996 un ciclista fu investito da una nube tossica e ricoverato per problemi respiratori. Le autorità militari dissero che stavano bonificando un laboratorio di ricerca chimica della Seconda guerra mondiale – racconta Fabrizio Giometti, presidente di Legambiente Vico – Quindi sapevamo già della presenza di questi veleni, ma in altre parti d’Italia nessuno lo sospettava. Il libro di Di Feo ha dato impulso alla nascita del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche per informare i cittadini e chiedere alle istituzioni la bonifica dei siti inquinati da armi chimiche». Il caso è arrivato anche in Parlamento: a maggio i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante hanno rivolto un’interrogazione ai ministri della Difesa e dell’Ambiente per chiedere l’istituzione di una commissione straordinaria per completare le bonifiche con uno stanziamento speciale di uomini e fondi. «Per noi non è una novità trovare un ordigno durante la pesca o un’immersione – dice Paolo De Gennaro, sommozzatore e volontario di Legambiente a Molfetta, durante il nostro sopralluogo nelle acque pugliesi del 16 luglio (vedi il filmato online) – Un pescatore tirando l’ancora ha portato a galla non solo una bomba ma anche il carrello di una mina». Nelle acque della città pugliese le bombe sono arrivate dopo il secondo conflitto mondiale. Alcune provengono dalla bonifica del porto di Bari, dove il 2 dicembre 1943 i tedeschi bombardarono le navi degli Alleati. Nell’occasione fu colpita la nave inglese “John Harvey” con un carico di iprite, l’incidente provocò un migliaio di morti. In seguito gli ordigni rimasti nelle stive affondate furono rimossi da chiatte e pescherecci incaricati di buttarli al largo. Molte però furono smaltite sotto costa: i pescatori, pagati a cottimo, preferivano furbescamente fare meno tragitto e più viaggi. Nel 1999 uno studio dell’Icram ha rilevato nelle acque del basso Adriatico undici ordigni all’iprite corrosi e mutazioni genetiche nei pesci che vivono sui fondali. Le convenzioni internazionali vietano il dumping in mare di ordigni bellici, ma fino agli anni ‘70 la pratica era diffusa e si calcola che la quantità delle armi chimiche affondate nei fondali di tutto il mondo, soprattutto nel mar Baltico, nel mare del Nord, nel mar del Giappone e nell’oceano Atlantico, sia tre volte la quantità custodita negli arsenali di Stati Uniti ed ex Unione Sovietica messi insieme.

MINE FRA GLI SCOGLI
«Cè voluto un incidente di percorso per far partire la bonifica nelle acque di Molfetta: il ritrovamento degli ordigni durante i lavori di dragaggio per la realizzazione del porto commerciale – denuncia Matteo D’Ingeo, membro del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche – Purtroppo le modalità con cui le autorità cittadine stanno portando avanti questa vicenda non sono trasparenti. Ad esempio, secondo l’Arpa sui fondali a pochi metri dalla località Torre Gavetone ci sarebbero quattro coordinate da vietare alla balneazione per la presenza di mine cementificate. Due di queste ricadono nel limitrofo comune di Giovinazzo, che ha emesso l’ordinanza di divieto di balneazione, mentre il sindaco di Molfetta no. E la spiaggia è sempre piena. Sembra ci sia la volontà di nascondere le cose per non creare allarme. Per questo abbiamo presentato un esposto al prefetto di Bari e alla procura di Trani».
Intanto sulla darsena in costruzione campeggiano due grossi cassoni azzurri con una lettera “R”, che sta per “Rifiuti”. «Lì probabilmente sono stoccati provvisoriamente i prodotti della bonifica del porto – riprende D’Ingeo – ogni tanto i pescatori che passano vedono venir fuori del fumo bianco e sentono nell’aria un odore acre che dà fastidio alle mucose e crea problemi respiratori». A Pesaro intanto è cominciata a luglio la prima campagna d’analisi per individuare la presenza di arsenico nei punti in cui sarebbero state inabissate delle bombe, secondo quanto indica un documento degli anni ‘60 del governo Tambroni. Sul Tirreno la situazione è ancora più oscura. Gli arsenali di armi chimiche affondati fra il ‘45 e il ‘46 dagli americani andrebbero ricercati, secondo gli esperti dell’Istituto nautico di Forio (Ischia), in un triangolo che ha per vertici Bagnoli, Ischia e Capri, dove Goletta Verde è approdata le scorse settimane per chiedere analisi accurate. I rapporti militari degli americani Brankovitz e Aberdeen riferiscono che nel golfo di Napoli è avvenuto l’affondamento di bombe contenenti iprite, fosgene, arsenico, lewisite, cloruro di cianuro e cianuro idrato. Dalle acque di mare a quelle dei laghi i veleni continuano a inquinare l’Italia. «Nel marzo 2010 ho analizzato i sedimenti del lago di Vico – racconta Giuseppe Nascetti, professore di Ecologia all’università della Tuscia – Nella parte più profonda c’è quasi un grammo di arsenico per kg, ma per dire che la contaminazione proviene dal centro chimico militare servono analisi come quella al carbonio 14. Inoltre dovremmo capire se l’arsenico resta nei sedimenti o va in circolo nell’acqua. Ma sono studi costosi e c’è bisogno di un finanziamento». Il ministro della Difesa La Russa, rispondendo a un’interrogazione del deputato Pd Ermete Realacci sull’emergenza a Vico, esclude la «correlazione tra l’inquinamento del sito militare e quello del lago, in quanto il superamento del valore soglia per l’arsenico di poche parti per milione presso il sito militare non può giustificare l’alta concentrazione rinvenuta nel sedimento del lago». E rassicura che lo stato ambientale del bacino è «all’attenzione del governo e degli enti locali», tanto che già nel ‘94 era stata condotta un’indagine di superficie. Ad oggi però la zona militare resta quasi incustodita, come denunciano le foto pubblicate sul sito del Coordinamento nazionale bonifiche armi chimiche (www.velenidistato.it).

SMINAMENTO LENTO
Ma esiste un programma nazionale per le bonifiche da armi chimiche? A tale richiesta il ministero risponde inviandoci uno stralcio del Libro Bianco del 2002. Non è molto ma nel documento si legge che erano in campo, a quella data, servizi e convenzioni per la bonifica di ordigni esplosivi dal territorio nazionale e internazionale, la bonifica da agenti chimici a cura dello Stabilimento militare dei materiali di difesa Nbc (nucleari, batteriologici e chimici) e la citata analisi dell’Icram nel basso Adriatico. Per queste operazioni, si legge, il ministero si avvale di ditte civili specializzate che operano col supporto delle forze armate. Ultimamente però queste imprese lavorano a rilento a causa della crisi che blocca i cantieri civili. La maggior parte delle bonifiche, infatti, si realizza durante la costruzione di opere pubbliche. Inoltre è stato cancellato il quadro normativo in cui operano: «Nell’ambito di una riorganizzazione normativa del 2010, il ministero ha abrogato con un sistema molto dubbio leggi e decreti dal 1940 al 1948 – lamenta Vincenzo Bellei, presidente di Assobon, associazione che riunisce 50 ditte specializzate – Fra queste c’era la 320 del ‘46 che regolamentava le bonifiche belliche. Nessuno si è reso conto di questo errore. A seguito del nostro reclamo è stato emanato un regolamento che riesume la 320. Quadro normativo a parte, per il lago di Vico ci sono i progetti delle bonifiche ma non i soldi per farle partire». Così i veleni della seconda guerra mondiale continuano a inquinare terre e mare. E a questi si aggiungono quelli dei conflitti dei giorni nostri. «Durante la guerra in Kosovo – ricorda Massimiliano Piscitelli del comitato scientifico di Legambiente Puglia – gli aerei Nato sganciavano il carico inesploso in mare. Ma nonostante la Marina militare abbia perimetrato queste aree, le bonifiche non sono mai partite. Oggi c’è la guerra in Libia: dove vengono sganciate le bombe dei caccia che rientrano a Trapani e Gioia del Colle? Saranno oggetto di bonifica?». Un interrogativo che resta sul terreno, insieme ai veleni.

SOSTANZE KILLER
Arsenico. Tossico e cancerogeno: anche in piccole quantità causa l’irritazione dello stomaco, intestino o dei polmoni, fino ad essere letale.
Iprite. Liquido vescicante (in fase solida sui fondali), irritante per organi visivi, vie respiratorie (fino alla congestione) e pelle.
Lewsite. Liquido vescicante: penetra facilmente causando danni alla cute, alle vie respiratorie e agli occhi.
Fosgene e Difosgene. Gas asfissianti che hanno effetto immediato fino al soffocamento.
Acido clorosolfonico. Liquido ustionante: è esplosivo a contatto con l’acqua.
Cloropicirina. Liquido oleoso soffocante: causa soffocamento e irritazione per gli organi visivi.

Pubblicato su La Nuova Ecologia di settembre 2011

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