di Nicola Cappello e Francesco Loiacono
I pescatori se ne lamentano, i ricercatori confermano: il mare si sta sterilizzando. La mano dell’uomo, con grandi opere e ripascimenti, dietro al calo di biodiversità?
L'ESPERTO: il mare va curato con la gestione integrata
VIDEO: la denuncia del Cogevo
PDF: l'inchiesta
Le specie ittiche nell’Adriatico stanno diminuendo. E sul banco degli imputati ci sono l’inquinamento e le grandi opere. Una conferma della crisi che attraversa il bacino giunge anche dal mondo accademico: «La situazione delle risorse ittiche nel medio e alto Adriatico non è buona e diverse specie sono ai minimi degli ultimi 17 anni» riporta un recente studio del laboratorio di biologia e pesca di Fano, dell’università di Bologna. Ma l’allarme arriva soprattutto dai pescatori. «Il nostro mare sta diventando sterile» denuncia Michele Marchi Boscolo, presidente del Consorzio di gestione delle vongole di Chioggia (Cogevo). Ribadisce Antonio Gottardo, rappresentante di Lega Pesca Veneto: «L’alto Adriatico è sotto stress e per alcune specie, come le vongole, non si può nemmeno parlare di sovrasfruttamento: ha influito un insieme di cause, guarda caso proprio nel momento in cui si è iniziata a praticare una corretta gestione dei prelievi sono partiti i cantiere delle grandi infrastrutture».
Basta una passeggiata a ridosso della Laguna di Venezia per insinuare il dubbio che dietro la morìa di pesci e molluschi riscontrata a partire dal 2008 sia provocata dalle opere umane. Il mare è un cantiere aperto, spiccano all’orizzonte le gru che stanno costruendo il Mose, un’opera da 4,5 miliardi di euro che servirà, grazie a un sistema di paratie mobili, a proteggere Venezia dal fenomeno dell’acqua alta. Pochi chilometri più a sud c’è la centrale Enel di Porto Tolle alimentata a olio combustibile, per inciso il progetto di riconversione a carbone, che prevede l’attracco delle grandi navi carbonifere, è stato recentemente bocciato dal Consiglio di Stato. Mentre al largo della provincia di Rovigo, a Porto Levante, opera un rigassificatore. Senza contare le continue opere di ripascimento dei litorali e i nuovi cantieri che potrebbero nascere in futuro: come il Progetto integrato fusina (Pif), che collega al depuratore le acque reflue civili e industriali di Marghera ma che ha uno scarico a mare, o la darsena off shore a Ponte San Nicolò al largo di Venezia. Per i pescatori tutte queste opere hanno avuto un impatto notevole, modificando l’ecosistema costiero. E la riprova starebbe nel fatto che nelle aree risparmiate dai lavori non si sono registrate morie di pesci o molluschi.
MORIE SOTTO LE GRU
In tutto questo sferrare di cantieri, ovviamente, il Mose la fa da padrone. È l’opera più imponente che si sta realizzando nell’alto Adriatico e la sua costruzione avviene su tre fronti, visto che le paratie dovranno chiudere i tre accessi alla Laguna: bocca di porto di Lido, bocca di porto di Malamocco e bocca di porto di Chioggia. Prima dell’avvio del cantiere, nel 2003, sono stati realizzati alcuni ripascimenti per salvare le spiagge, con relativo spostamento di sabbia. Questa, dicono i “vongolari”, si è depositata nelle zone di riproduzione delle vongole causando la moria dell’agosto del 2008. Il Consorzio per la gestione delle vongole di Chioggia mostra i dati: nel 2007 è stata registrata una raccolta di Chamalea Gallina, la vongola di mare, di ben 2.916 tonnellate, mentre nel 2008, l’anno della moria, la quota è scesa a 1.873, per calare ancora drasticamente nel 2009 a 845 tonnellate, sino ad arrivare alle 494 del 2010. Insomma, da quando è in costruzione il Mose, qualcosa nell’acqua è cambiato. «Per realizzare le paratie del Mose usano il cemento Adriatico – spiega Michele Marchi Boscolo proprio davanti alle gru del cantiere del Mose alla Bocca di porto di Chioggia – Per fare in modo che il cemento faccia presa in acqua viene usato un catalizzatore, una sostanza chimica che le correnti portano fuori, dove non a caso abbiamo avuto delle morie pesanti di molluschi, quando prima problemi del genere non ne avevamo. Noi abbiamo lanciato il nostro grido di allarme, siamo le sentinelle del mare, e diciamo che sta morendo, ma nessuno ci ascolta ». Biologi ed esperti hanno fatto campionamenti, studi, ma senza riuscire a dare una risposta concreta a una strage che ha reso un deserto diverse aree del compartimento di Venezia. E a nulla è valso il tentativo di ripopolamento: la semina del maggio del 2010 non ha avuto molto successo.
INQUINAMENTO NEL DELTA
Anche il pesce è diminuito drasticamente, lungo il medio e l’alto Adriatico. Nel già citato studio dell’università di Bologna è illustrato come diverse specie di pesci siano in sofferenza, rispetto ad altri, in questa grande area, denominata “Gsa 17”. «La seppia, ad esempio, è arrivata al livello più basso degli ultimi 15 anni – spiega il professore Corrado Piccinetti, del laboratorio di biologia marina – Naselli, scampi e rane pescatrici sono specie in sofferenza. Oggi in mare di questi tipi di pesci è presente un ottavo del prodotto rispetto a pochi anni fa, anche per via di un eccesso di pesca, fatto con attrezzi pesanti a 30-50 miglia dalle coste italiane». Sul banco degli imputati, però, oltre alle grandi opere, c’è l’inquinamento. È il cannolicchio a dimostrare che il tasso di contaminazione sotto costa è diventato alto. Quello raccolto entro i 500 metri dalla battigia deve essere depurato prima di essere immesso nel mercato e se fino a cinque anni fa bastava qualche ora di trattamento, ora la procedura richiede almeno un paio di giorni. D’altronde nell’alto Adriatico sfociano i fiumi Brenta, Adige e Po. La tolleranza delle soglie d’inquinamento di questi corsi d’acqua sono state alzate, anche se sono intense nei loro bacini le attività di agricoltura e di allevamento, con conseguente incremento di nitrati nelle acque. Gli ultimi dati dell’Operazione Po di Legambiente dicono che fra gli affluenti del grande fiume il Lambro e il torrente Parma hanno un livello di inquinamento 4, in una scala dove 1 è ottimo e 5 pessimo.
CRISI SUL TAVOLO
Quella dell’Adriatico è una situazione che denunciano ormai molte marinerie. Il compartimento di Pila, sul delta del Po, si occupa di piccola pesca a strascico e per non stressare troppo le risorse ha deciso di andare per mare solo quattro giorni alla settimana. Ma parlare di sfruttamento è riduttivo, senza contare che i pescatori guardano di buon occhio alla riduzione dei prelievi. «Vogliamo che il fermo biologico sia allungato dai 45 giorni attuali a 60, perché non c’è alternativa – riprende Antonio Gottardo – Il mare è un
bene comune che dobbiamo difendere, ma servono dei paracadute economici per gli operatori del settore». Per correre ai ripari la categoria ha finanziato studi e raccolte dati e ha ottenuto la creazione di un tavolo permanente di crisi della pesca in Regione Veneto, in cui le società che presentano i progetti delle opere a mare e i pescatori dovranno d’ora in poi confrontarsi. «La categoria vuole essere presente nei tavoli dove si propongono queste attività – spiega Diego Tessari, dirigene della Regione che si occupa di pesca e
segue da vicino i lavori del tavolo di crisi – Ora i pescatori sono presenti sin dall’inizio in modo tale da poter esprimere i propri dubbi e pareri sui progetti presentati». Quando i cantieri saranno chiusi e i lavori terminati forse il mare troverà un suo equilibrio e i pesci torneranno a popolare la Laguna. Chissà. Intanto le sentinelle del mare continuano a guardare con sospetto quelle gru che si alzano sull’acqua.
Pubblicato su Nuova Ecologia, giugno 2011
Sono nato a Taranto, città segnata dalla presenza di un polo industriale ed inquinante, nello stesso giorno del disastro di Seveso. Crescendo sono diventato giornalista ambientale. Questo blog ospita alcuni miei articoli, ma non è una testata giornalistica
13 giugno 2011
Il mare va curato con la gestione integrata
Intervista a Maurizio Spoto, direttore della riserva di Miramare (Ts)
Grandi opere, inquinamento, dighe e ripascimenti. Ma non solo. Anche le abitudini alimentari impoveriscono il nostro mare. Bisogna favorire la pesca tradizionale, invogliare al consumo di specie dimenticate e gestire il mare con piani integrati. Maurizio Spoto, direttore dell’area marina protetta di Miramare (Ts) traccia il futuro: passando dai parchi alle aree di gestione speciale.
È vero che stiamo impoverendo l’Adriatico?
Sì, le riserve ittiche diminuiscono, varie specie sono sottoposte non solo a uno stress di prelievo ma anche a molti disturbi di tipo antropico, come il turismo e la cementificazione sulle coste.
Allora non sono solo le grandi opere a uccidere pesci e molluschi...
È ovvio che un’opera come il Mose porta con sè una trasformazione della Laguna interna e dell’ambiente marino esterno. Non ho elementi per dire in che misura, ma se cambiano le correnti e le sedimentazioni cambiano gli ecosistemi. Le coste si trasformano anche per le esigenze del turismo. Per avere grandi spiagge si fanno dighe foranee e ripascimenti, che cambiano le correnti sotto costa generando una diversa distribuzione delle uova e del fitoplancton. Per questo è preferibile un turismo che va alla ricerca di coste naturali, anche così si contribuisce a salvaguardare l’ambiente marino. L’urbanizzazione del golfo di Trieste ha provocato l’estinzione della Posidonia oceanica, molto importante perché forma foreste marine al cui interno si riproducono pesci e molluschi.
Quali sono le specie in via d’estinzione?
Le specie pescate intensamente: il tonno, la razza, il pesce spada, la cernia. Ma anche la sogliola, la seppia, il nasello... Insomma, tutte quelle che mangiamo solitamente perché ogni nostro consumo distrugge una parte di mare. Se tutti chiedono il tonno, il tonno finisce. Dovremmo invece preferire specie sostenibili nella riproduzione, come per esempio cefali e pesce azzurro, o di acquacoltura biologica. E favorire la pesca tradizionale, facendo tornare a questa attività chi oggi fa pesca industriale.
Con quali strumenti?
Da vent’anni esistono le aree marine protette, veri laboratori di gestione. Alcune fanno ottime cose, come quella pugliese di Torre Guaceto che ha messo in piedi una vera green economy: si fa balneazione sostenibile e i pescatori gestiscono oculatamente le risorse partecipando anche all’offerta turistica estiva. La politica dovrebbe estendere e replicare questi laboratori di gestione.
Un percorso già indicato dall’Europa.
Già, dobbiamo andare oltre le aree marine protette e creare delle aree a gestione speciale. Come chiede il Fondo europeo della pesca, che propone ai consorzi di pesca di costituire del gruppi di azione costiera, i Gac, che mettono insieme i pescatori, il mondo del diportismo, del turismo, i maricoltori. Tutti insieme preparano, in accordo con le aree marine, un piano di gestione integrato del mare. Il sogno di ogni direttore di area marina protetta è proprio questo: eliminare i confini della riserva, togliere le boe e gestire un ampio territorio con le regole del parco, grazie alle attività del Gac.
(Francesco Loiacono)
Pubblicato su Nuova Ecologia, giugno 2011
Grandi opere, inquinamento, dighe e ripascimenti. Ma non solo. Anche le abitudini alimentari impoveriscono il nostro mare. Bisogna favorire la pesca tradizionale, invogliare al consumo di specie dimenticate e gestire il mare con piani integrati. Maurizio Spoto, direttore dell’area marina protetta di Miramare (Ts) traccia il futuro: passando dai parchi alle aree di gestione speciale.
È vero che stiamo impoverendo l’Adriatico?
Sì, le riserve ittiche diminuiscono, varie specie sono sottoposte non solo a uno stress di prelievo ma anche a molti disturbi di tipo antropico, come il turismo e la cementificazione sulle coste.
Allora non sono solo le grandi opere a uccidere pesci e molluschi...
È ovvio che un’opera come il Mose porta con sè una trasformazione della Laguna interna e dell’ambiente marino esterno. Non ho elementi per dire in che misura, ma se cambiano le correnti e le sedimentazioni cambiano gli ecosistemi. Le coste si trasformano anche per le esigenze del turismo. Per avere grandi spiagge si fanno dighe foranee e ripascimenti, che cambiano le correnti sotto costa generando una diversa distribuzione delle uova e del fitoplancton. Per questo è preferibile un turismo che va alla ricerca di coste naturali, anche così si contribuisce a salvaguardare l’ambiente marino. L’urbanizzazione del golfo di Trieste ha provocato l’estinzione della Posidonia oceanica, molto importante perché forma foreste marine al cui interno si riproducono pesci e molluschi.
Quali sono le specie in via d’estinzione?
Le specie pescate intensamente: il tonno, la razza, il pesce spada, la cernia. Ma anche la sogliola, la seppia, il nasello... Insomma, tutte quelle che mangiamo solitamente perché ogni nostro consumo distrugge una parte di mare. Se tutti chiedono il tonno, il tonno finisce. Dovremmo invece preferire specie sostenibili nella riproduzione, come per esempio cefali e pesce azzurro, o di acquacoltura biologica. E favorire la pesca tradizionale, facendo tornare a questa attività chi oggi fa pesca industriale.
Con quali strumenti?
Da vent’anni esistono le aree marine protette, veri laboratori di gestione. Alcune fanno ottime cose, come quella pugliese di Torre Guaceto che ha messo in piedi una vera green economy: si fa balneazione sostenibile e i pescatori gestiscono oculatamente le risorse partecipando anche all’offerta turistica estiva. La politica dovrebbe estendere e replicare questi laboratori di gestione.
Un percorso già indicato dall’Europa.
Già, dobbiamo andare oltre le aree marine protette e creare delle aree a gestione speciale. Come chiede il Fondo europeo della pesca, che propone ai consorzi di pesca di costituire del gruppi di azione costiera, i Gac, che mettono insieme i pescatori, il mondo del diportismo, del turismo, i maricoltori. Tutti insieme preparano, in accordo con le aree marine, un piano di gestione integrato del mare. Il sogno di ogni direttore di area marina protetta è proprio questo: eliminare i confini della riserva, togliere le boe e gestire un ampio territorio con le regole del parco, grazie alle attività del Gac.
(Francesco Loiacono)
Pubblicato su Nuova Ecologia, giugno 2011
26 maggio 2011
Reggio Calabria, l’operazione Urbanistica svela le illegalità nel settore edilizio
Funzionari comunali al centro di un sistema che vendeva e falsificava concessioni, in un territorio fin troppo cementificato e a rischio idrogeologico
Modificavano i permessi scaduti e utilizzavano concessioni edilizie false. Questo si evince dalle intercettazioni degli investigatori che ieri hanno concluso con nove arresti l’operazione Urbanistica (leggi la notizia su Strill.it), condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria. I nove hanno usato la loro posizione all’interno del settore Urbanistica del Comune calabrese per mettere in piedi un sistema di potere fatto di violazioni e falsificazioni.
Ecco dunque che si materializzano, forse, alcuni dei responsabili di una crescita urbanistica assurda, oltre che illegale, che mette in pericolo la vita stessa dei cittadini. Basta vedere cosa succede in città ogni volta che piove un po’ più del normale. Un’alluvione, come quella che ho vissuto il 13 ottobre 2010 quando ero sullo Stretto proprio per scrivere un articolo sul dissesto idrogeologico. Il rischio idrogeologico è cresciuto con la cementificazione selvaggia. Oggi, per porre rimedio servono soldi, ma soprattutto una classe dirigente onesta, prima che all’altezza della situazione.
Modificavano i permessi scaduti e utilizzavano concessioni edilizie false. Questo si evince dalle intercettazioni degli investigatori che ieri hanno concluso con nove arresti l’operazione Urbanistica (leggi la notizia su Strill.it), condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria. I nove hanno usato la loro posizione all’interno del settore Urbanistica del Comune calabrese per mettere in piedi un sistema di potere fatto di violazioni e falsificazioni.
Ecco dunque che si materializzano, forse, alcuni dei responsabili di una crescita urbanistica assurda, oltre che illegale, che mette in pericolo la vita stessa dei cittadini. Basta vedere cosa succede in città ogni volta che piove un po’ più del normale. Un’alluvione, come quella che ho vissuto il 13 ottobre 2010 quando ero sullo Stretto proprio per scrivere un articolo sul dissesto idrogeologico. Il rischio idrogeologico è cresciuto con la cementificazione selvaggia. Oggi, per porre rimedio servono soldi, ma soprattutto una classe dirigente onesta, prima che all’altezza della situazione.
24 maggio 2011
Acqua, riprendiamocela con due sì
di Francesco Loiacono
Votando sì il 12 e 13 giugno gli italiani potranno bloccare gli effetti del decreto Ronchi ed evitare i danni della cattiva gestione del servizio idrico integrato. Come quelli prodotti a Latina / Leggi lo speciale in PDF
Privatizzare il servizio idrico non garantisce la qualità del servizio. Anzi, l’acqua è un bene comune che va preservato da ogni possibile speculazione. Sono le ragioni per cui Legambiente invita a mobilitarsi verso il referendum del prossimo 12 e 13 giugno votando «sì» e chiedendo ad amici, parenti, vicini di casa e chi più ne ha più ne metta di fare lo stesso. Solo così sarà possibile bloccare la corsa alla privatizzazione della gestione del servizio idrico, conseguenza della Legge Ronchi del 2009, che rende obbligatorio dal gennaio 2012 il ricorso alla gara per il suo affidamento. Come dire: fra meno di un anno tutti i servizi idrici in Italia, se il referendum non dovesse passare, potrebbe essere privatizzati. E l’esperienza che vivono ormai da quasi un decennio gli abitanti della provincia di Latina dimostra a quali conseguenze si potrebbe andare incontro.
EFFETTI IN BOLLETTA
Qui infatti, nella cittadina del Lazio, dal 2003 il servizio idrico integrato è passato nelle mani di Acqualatina, un soggetto pubblico-privato (sulla carta le quote sono divise al 51 e 49%) che riserva però alla parte privata della società i ruoli chiave. I primi effetti gli utenti dell’Ato 4, l’ambito territoriale ottimale, li hanno visti immediatamente in bolletta: «La prima fattura del 2003 presentava aumenti del 175% per le utenze domestiche e del 320% per quelle commerciali » spiega Maurizio Consalvi, del Comitato difesa acqua pubblica di Aprilia. Non solo: fino al 2002 il noleggio del contatore costava 5.400 lire (quindi 2,2 euro), oggi invece è conteggiato come quota fissa e costa 12 centesimi al giorno, arrivando così a quasi 45 euro l’anno. «In più – prosegue – per riscuotere le fatture la società ricorre alle cartelle esattoriali: le sentenze favorevoli ai cittadini che hanno presentato ricorso non mancano, un giudice di pace ha anche scritto in calce alla sentenza che la società è in malafede e dimostra un comportamento vessatorio verso gli utenti».
BICCHIERI CONTAMINATI
A rendere ancora più paradossale la situazione è arrivato anche lo scandalo dell’arsenico. L’acqua che esce dai rubinetti di nove dei 38 comuni dell’Ato 4 presenta concentrazioni superiori a quanto prevede la Direttiva europea sulla qualità dell’acqua recepita in Italia già nel 2002. E da allora è stata comunque erogata grazie a due deroghe. I dirigenti di Acqualatina dal canto loro si difendono: «Sin dal 2004 il gestore ha stabilito un piano d’interventi specifico, presentato alla Regione Lazio, che prevede l’abbattimento dei valori di arsenico sotto i 10 microgrammi per litro entro il 2012», ha fatto sapere l’amministratore Jean Michel Romano, annunciando l’abbattimento dell’arsenico nei comuni di Campoleone e Sermoneta. «Ma come si può presentare un piano di rientro al 2012 quando l’ultima deroga scadeva nel 2009?» si domanda ironicamente Alessandro Loreti, presidente del circolo locale di Legambiente che ci accompagna insieme a Roberto Lessi, altro esponente dell’associazione. Che rincara la dose: «L’emergenza è scoppiata nell’ottobre scorso, quando l’Ue ha bocciato un’ulteriore deroga per nove comuni, il gestore ha risposto con una campagna di disinformazione alla quale purtroppo si sono prestati anche gli enti pubblici. Basti dire che nei mesi scorsi è stato diffuso un manifesto, sottoscritto dai comuni di Cori, Sermoneta, Latina e Cisterna, dall’Asl Latina, dall’Ato4, dall’Arpa Lazio e da Acqualatina, sul quale c’era scritto: “La Commissione Europea ha espresso parere favorevole all’utilizzo di acque contenenti un limite massimo di arsenico pari a 20 microgrammi per litro fino al 2012”. Ma in realtà questo permesso è stato concesso soltanto a marzo».
AUTOBOTTI IN STRADA
Intanto ai cittadini restano i disagi. Ad Aprilia per avere l’acqua potabile sono costretti ad andare a prenderla, con taniche, bidoni e bottiglie, alle autobotti che Acqualatina ha parcheggiato in alcuni angoli della città. «Oggi è il primo giorno che vengo a prendere l’acqua qui», racconta Emiliano davanti all’autobotte di viale Europa su cui è affisso il cartello “Acqualatina spa. Servizio idrico sostitutivo”. «Chissà fino a quando saremo costretti a vivere in questa maniera» si domanda amaramente. Gli risponde un altro cittadino di Aprilia mentre spilla l’acqua dall’autobotte: «Fino a quando non diranno che l’acqua è buona cambiando i valori di arsenico consentiti». La scena fa riflettere: una decina di persone, nel giro di mezz’ora, si avvicinano al rubinetto e riempiono le taniche. Neanche fossimo in tempo di guerra. Qualcuno si avvicina addirittura per chiedere a che cosa serva l’autobotte, a dimostrazione che l’informazione ai cittadini non è stata certamente esaustiva. E il quadro si fa sempre più chiaro: «La teoria che un privato possa gestire efficacemente il servizio qui è smentita – riprende Consalvi – La società aveva promesso nei primi sei anni investimenti per 146 milioni di euro, ma poi ha fatto un mutuo perché dicevano che avevano problemi di liquidità. Oggi ha un bilancio in attivo ma dice che con gli utili ripiana i vecchi debiti. Così presentano un piano di investimenti che doveva essere di sei anni salvo prolungarlo ad otto con lo stesso importo. È tutto un prorogare gli investimenti, intanto il tempo passa e i problemi restano».
CONSORZI A SECCO
Ma i paradossi non finiscono qui perché alla fine è il servizio pubblico a venire in soccorso di quello privato. Basti pensare ai pagamenti dei canoni ai consorzi di bonifica, incaricati di gestire le reti idriche e i canali. «In bolletta Acqualatina carica anche questi costi ma non ha mai pagato i canoni ai consorzi – racconta ancora Alessandro Loreti – Così è intervenuta la conferenza dei sindaci decidendo di cedere ad Acqualatina il canone annuale degli impianti di proprietà dei comuni, che tra l’altro nei primi anni la società non ha pagato per problemi di bilancio, perché potesse pagare i consorzi». Per non parlare della contrazione di un mutuo con la Depfa Bank: «Nel 2009 i comuni dell’Ato hanno approvato un finanziamento di 114,5 milioni di euro – continua Loreti – impegnando il 25% dlle quote della società con questo istituto che lavora soprattutto con i cosiddetti strumenti derivati, quelli che hanno provocato la crisi finanziaria degli ultimi anni. Il rischio, insomma, rimane innanzitutto sulle spalle degli enti locali». A quasi dieci anni dall’affidamento del servizio ai privati, insomma, l’esperimento di Latina si rivela a dir poco fallimentare. Altrove i problemi non sono mancati. Per esempio la società Nuove Acque di Arezzo è appena finita nel mirino del ministero dell’Ambiente poiché alcuni servizi, tipo le volture e le manutenzioni ai contatori, secondo la Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, sono a carico degli utenti due volte: per chi ne usufruisce direttamente ma anche per tutti gli altri tramite la tariffa ordinaria, portando così gli aretini a versare nel 2011 circa 11,5 milioni di euro in più e garantendo al gestore «ricavi extra dell’ordine di 160 milioni di euro fino al 2023». Inoltre le tariffe, come dimostra un dossier di Cittadinanza attiva, nelle mani dei privati sono sempre aumentate (condizionando un aumento su scala nazionale del 64% durante l’ultimo decennio) ma gli investimenti e il miglioramento del servizio rimangono l’eccezione. A conferma che prima di cogliere in questa strategia la panacea di tutti i mali ci passa: votare sì al referendum significa arginare le derive della privatizzazione selvaggia e richiamare gli enti locali ad una gestione corretta ed efficiente del servizio.
Pubblicato su Nuova Ecologia di maggio 2011
Votando sì il 12 e 13 giugno gli italiani potranno bloccare gli effetti del decreto Ronchi ed evitare i danni della cattiva gestione del servizio idrico integrato. Come quelli prodotti a Latina / Leggi lo speciale in PDF
Privatizzare il servizio idrico non garantisce la qualità del servizio. Anzi, l’acqua è un bene comune che va preservato da ogni possibile speculazione. Sono le ragioni per cui Legambiente invita a mobilitarsi verso il referendum del prossimo 12 e 13 giugno votando «sì» e chiedendo ad amici, parenti, vicini di casa e chi più ne ha più ne metta di fare lo stesso. Solo così sarà possibile bloccare la corsa alla privatizzazione della gestione del servizio idrico, conseguenza della Legge Ronchi del 2009, che rende obbligatorio dal gennaio 2012 il ricorso alla gara per il suo affidamento. Come dire: fra meno di un anno tutti i servizi idrici in Italia, se il referendum non dovesse passare, potrebbe essere privatizzati. E l’esperienza che vivono ormai da quasi un decennio gli abitanti della provincia di Latina dimostra a quali conseguenze si potrebbe andare incontro.
EFFETTI IN BOLLETTA
Qui infatti, nella cittadina del Lazio, dal 2003 il servizio idrico integrato è passato nelle mani di Acqualatina, un soggetto pubblico-privato (sulla carta le quote sono divise al 51 e 49%) che riserva però alla parte privata della società i ruoli chiave. I primi effetti gli utenti dell’Ato 4, l’ambito territoriale ottimale, li hanno visti immediatamente in bolletta: «La prima fattura del 2003 presentava aumenti del 175% per le utenze domestiche e del 320% per quelle commerciali » spiega Maurizio Consalvi, del Comitato difesa acqua pubblica di Aprilia. Non solo: fino al 2002 il noleggio del contatore costava 5.400 lire (quindi 2,2 euro), oggi invece è conteggiato come quota fissa e costa 12 centesimi al giorno, arrivando così a quasi 45 euro l’anno. «In più – prosegue – per riscuotere le fatture la società ricorre alle cartelle esattoriali: le sentenze favorevoli ai cittadini che hanno presentato ricorso non mancano, un giudice di pace ha anche scritto in calce alla sentenza che la società è in malafede e dimostra un comportamento vessatorio verso gli utenti».
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| Un cittadino prende l'acqua potabile all'autobotte di Aprilia foto di Francesco Loiacono |
A rendere ancora più paradossale la situazione è arrivato anche lo scandalo dell’arsenico. L’acqua che esce dai rubinetti di nove dei 38 comuni dell’Ato 4 presenta concentrazioni superiori a quanto prevede la Direttiva europea sulla qualità dell’acqua recepita in Italia già nel 2002. E da allora è stata comunque erogata grazie a due deroghe. I dirigenti di Acqualatina dal canto loro si difendono: «Sin dal 2004 il gestore ha stabilito un piano d’interventi specifico, presentato alla Regione Lazio, che prevede l’abbattimento dei valori di arsenico sotto i 10 microgrammi per litro entro il 2012», ha fatto sapere l’amministratore Jean Michel Romano, annunciando l’abbattimento dell’arsenico nei comuni di Campoleone e Sermoneta. «Ma come si può presentare un piano di rientro al 2012 quando l’ultima deroga scadeva nel 2009?» si domanda ironicamente Alessandro Loreti, presidente del circolo locale di Legambiente che ci accompagna insieme a Roberto Lessi, altro esponente dell’associazione. Che rincara la dose: «L’emergenza è scoppiata nell’ottobre scorso, quando l’Ue ha bocciato un’ulteriore deroga per nove comuni, il gestore ha risposto con una campagna di disinformazione alla quale purtroppo si sono prestati anche gli enti pubblici. Basti dire che nei mesi scorsi è stato diffuso un manifesto, sottoscritto dai comuni di Cori, Sermoneta, Latina e Cisterna, dall’Asl Latina, dall’Ato4, dall’Arpa Lazio e da Acqualatina, sul quale c’era scritto: “La Commissione Europea ha espresso parere favorevole all’utilizzo di acque contenenti un limite massimo di arsenico pari a 20 microgrammi per litro fino al 2012”. Ma in realtà questo permesso è stato concesso soltanto a marzo».
AUTOBOTTI IN STRADA
Intanto ai cittadini restano i disagi. Ad Aprilia per avere l’acqua potabile sono costretti ad andare a prenderla, con taniche, bidoni e bottiglie, alle autobotti che Acqualatina ha parcheggiato in alcuni angoli della città. «Oggi è il primo giorno che vengo a prendere l’acqua qui», racconta Emiliano davanti all’autobotte di viale Europa su cui è affisso il cartello “Acqualatina spa. Servizio idrico sostitutivo”. «Chissà fino a quando saremo costretti a vivere in questa maniera» si domanda amaramente. Gli risponde un altro cittadino di Aprilia mentre spilla l’acqua dall’autobotte: «Fino a quando non diranno che l’acqua è buona cambiando i valori di arsenico consentiti». La scena fa riflettere: una decina di persone, nel giro di mezz’ora, si avvicinano al rubinetto e riempiono le taniche. Neanche fossimo in tempo di guerra. Qualcuno si avvicina addirittura per chiedere a che cosa serva l’autobotte, a dimostrazione che l’informazione ai cittadini non è stata certamente esaustiva. E il quadro si fa sempre più chiaro: «La teoria che un privato possa gestire efficacemente il servizio qui è smentita – riprende Consalvi – La società aveva promesso nei primi sei anni investimenti per 146 milioni di euro, ma poi ha fatto un mutuo perché dicevano che avevano problemi di liquidità. Oggi ha un bilancio in attivo ma dice che con gli utili ripiana i vecchi debiti. Così presentano un piano di investimenti che doveva essere di sei anni salvo prolungarlo ad otto con lo stesso importo. È tutto un prorogare gli investimenti, intanto il tempo passa e i problemi restano».
CONSORZI A SECCO
Ma i paradossi non finiscono qui perché alla fine è il servizio pubblico a venire in soccorso di quello privato. Basti pensare ai pagamenti dei canoni ai consorzi di bonifica, incaricati di gestire le reti idriche e i canali. «In bolletta Acqualatina carica anche questi costi ma non ha mai pagato i canoni ai consorzi – racconta ancora Alessandro Loreti – Così è intervenuta la conferenza dei sindaci decidendo di cedere ad Acqualatina il canone annuale degli impianti di proprietà dei comuni, che tra l’altro nei primi anni la società non ha pagato per problemi di bilancio, perché potesse pagare i consorzi». Per non parlare della contrazione di un mutuo con la Depfa Bank: «Nel 2009 i comuni dell’Ato hanno approvato un finanziamento di 114,5 milioni di euro – continua Loreti – impegnando il 25% dlle quote della società con questo istituto che lavora soprattutto con i cosiddetti strumenti derivati, quelli che hanno provocato la crisi finanziaria degli ultimi anni. Il rischio, insomma, rimane innanzitutto sulle spalle degli enti locali». A quasi dieci anni dall’affidamento del servizio ai privati, insomma, l’esperimento di Latina si rivela a dir poco fallimentare. Altrove i problemi non sono mancati. Per esempio la società Nuove Acque di Arezzo è appena finita nel mirino del ministero dell’Ambiente poiché alcuni servizi, tipo le volture e le manutenzioni ai contatori, secondo la Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, sono a carico degli utenti due volte: per chi ne usufruisce direttamente ma anche per tutti gli altri tramite la tariffa ordinaria, portando così gli aretini a versare nel 2011 circa 11,5 milioni di euro in più e garantendo al gestore «ricavi extra dell’ordine di 160 milioni di euro fino al 2023». Inoltre le tariffe, come dimostra un dossier di Cittadinanza attiva, nelle mani dei privati sono sempre aumentate (condizionando un aumento su scala nazionale del 64% durante l’ultimo decennio) ma gli investimenti e il miglioramento del servizio rimangono l’eccezione. A conferma che prima di cogliere in questa strategia la panacea di tutti i mali ci passa: votare sì al referendum significa arginare le derive della privatizzazione selvaggia e richiamare gli enti locali ad una gestione corretta ed efficiente del servizio.
Pubblicato su Nuova Ecologia di maggio 2011
23 aprile 2011
Due ruote di rabbia
di Francesco Loiacono
Ogni tanto prendo coraggio e sbircio questo contatore. E la rabbia sale, sempre di più. Il numero bianco su fondo rosso indica i ciclisti morti dall’inizio dell’anno in Italia. Spesso, quasi sempre, non sono ciclisti che usano la bici per sport e si allenano per gareggiare in competizioni sportive. Sono cittadini che semplicemente si spostano per le vie della loro città su due ruote, affrontando traffico e inquinamento. E lo sberleffo di chi dice che la bici è insicura, dimenticando quanto sia ingombrante, duro e contundente il proprio mezzo a motore.
Oggi, purtroppo, si aggiunge un’altra persona a questa lista. Si tratta di Lucio Dione, morto in seguito a un incidente avvenuto giovedì notte sul Ponte Girevole di Taranto. Lucio Dione, con il comitato Altamarea, combatteva l’inquinamento anche quando non era sui pedali della sua bici.(Vedi il video in cui spiegava l'impegno di Altamarea). Il conducente della Audi A3, che l'ha travolto, un 34enne di Taranto, è accusato di omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza.
«Un uomo solare ed estroso che amava la natura, la campagna, il mare - ricorda Lucio Dione in una nota il comitato Altamarea - e li rispettava come rispettava se stesso, e viveva operoso perché quel rispetto albergasse in tanti altri cuori e soprattutto nei giovani ancora non contaminati dalla dura realtà quotidiana». «Il tuo ricordo e la comune fedeltà ai valori che impregnavano la tua vita consentiranno a noi, eredi e continuatori di quella splendida stagione - conclude Altamarea - di superare il dolore e ci sproneranno ancor più a far meglio nella missione che ci siamo dati, sui temi del rispetto della salute, dell'ecologia, dell'educazione civica, che con te condividevamo».
E mentre si è spenta la giovane vita di Lucio Dione, nell’ospedale tarantino Santissima Annunziata è giunto un altro giovane ciclista in gravi condizioni: un trentenne schiacciato da un furgone su un muretto a secco della statale San Gorgio Jonico-Monteparano.
E la commozione si trasforma ancora una volta in rabbia.
Ciao Lucio
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