27 febbraio 2014

Alluvioni, Italia smemorata

foto di Francesco Loiacono
Genova, ponte Sant'Agata
INCHIESTA A DUE ANNI DALL'ALLUVIONE DI GENOVA
DEL 4/11/2011 CHE PROVOCO'
SEI VITTIME VIDEO / PDF
L'ESPERTO: "MENO CEMENTO, PIU' CURA DEI VERSANTI"

di Francesco Loiacono


Cemento su cemento. Anche dove la natura ha già presentato il conto. Basta scendere lungo il Bisagno e il suo affluente Fereggiano, dai quartieri di Genova a ridosso dei monti fino al mare, per capire che l’Italia è un paese smemorato: nonostante le tragedie le cause del dissesto persistono. Anzi, si aggravano. Come dimostra il sopralluogo che La Nuova Ecologia ha realizzato nella città della Lanterna due anni dopo la piena che il 4 novembre del 2011 provocò sei vittime: non è aumentato lo spazio a disposizione dei torrenti, la manutenzione dei terreni a monte latita, non si è ridotta la cementificazione nelle aree golenali. E per giunta si costruisce ancora.

ORTI SCOMPARSI
Cominciamo da Quezzi, quartiere collinare da dove si possono ammirare da un lato i monti e dall’altro, sullo sfondo, il mare. «Da qui possiamo vedere gli effetti della cementificazione che a partire dal secondo dopoguerra ha consumato suolo e ha impermeabilizzato interamente il territorio – dice Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – Dall’alto, perso fra i palazzi che pian piano si sono avvicinati drasticamente all’alveo, non si percepisce più la presenza del torrente Fereggiano».
foto di Francesco Loiacono
Genova vista dal quartiere Quezzi
Sui versanti sono rimasti pochi campi coltivati, i casolari sono stati sostituiti da palazzi o villette. Un patrimonio agricolo perso per sempre. La valle del Fereggiano un tempo era ricca di campi coltivati, come quella limitrofa al Bisagno. Lo dicono i nomi: Bisagnino, besagnin, vuol dire verduraio. I coltivatori scendevano dalle alture di Genova lungo la Val Bisagno per vendere i prodotti degli orti cancellati dall’urbanizzazione. A chiudere come un arco la valle c’è il viadotto “Marassi” dell’autostrada, sotto i palazzi a picco sui fianchi dei monti, uno fa a ombra all’altro che a sua volta priva della bellissima vista sulla valle il caseggiato che gli sta alle spalle. Una selva di abitazioni spuntate senza andar troppo per il sottile negli anni del boom. Soltanto ora, per alleviare la fatica della salita su Quezzi, stanno costruendo un impianto a cremagliera. Ma sempre di cemento si tratta. «Almeno lo stiamo facendo bello – ironizza un operaio al lavoro – Quello che provoca danni è tutto quello che è stato costruito negli anni. Io lo so bene – dice – ogni volta che si allaga da qualche parte in città mandano noi a ripulire e ad aggiustare le opere danneggiate». Scendendo da Quezzi, lungo via Piero Pinetti, il Fereggiano si fa strada fra gli edifici: le fondamenta fanno da argine al rio che dopo qualche centinaio di metri scompare sotto l’asfalto. Una stradina di servizio, sostanzialmente un parcheggio parallelo alla strada principale, ricopre il torrente. Non un’opera realizzata trenta o quarant’anni fa ma nel 2010, quando furono anche abbattuti due palazzi in zona. «Si è esplicitata ancora una volta – riprende Santo Grammatico di Legambiente – una cultura di gestione del territorio che vede i torrenti come infrastrutture da ricoprire e usare per penetrare nell’entroterra ».

DANNI E PAURA
foto di Francesco Loiacono
Targa in ricordo
delle vittime dell'alluvione
del 2011
Poco oltre il corso d’acqua “riemerge” alla luce del sole per giungere all’unico intervento strutturale di un certo rilievo realizzato in questi due anni. Una parete di cemento a contenere una frana e un parapetto, sempre di cemento armato che sostituisce la ringhiera dalla quale l’acqua è tracimata il 4 novembre 2011. Qui il Fereggiano va di nuovo sotto terra e questa volta per sempre: uscirà all’aria aperta oltre un chilometro più in là con un tuffo nel torrente Bisagno. Quel giorno l’acqua era così tanta, e piena di detriti, che di andar giù nel tubo non ne voleva sapere. L’onda ha sommerso tutto il quartiere. Sei donne persero la vita, una targa le ricorda. Ma qui non servono targhe commemorative per mantenere la memoria, ci sono le saracinesche abbassate che parlano da sole. Molti esercizi commerciali non hanno più riaperto: gli aiuti ricevuti non son bastati. «Purtroppo ci hanno pagato il 40% di quello che abbiamo ricomprato – racconta Duccio Mazzocchi, titolare di una ditta che fabbrica materassi e che continua nonostante tutto l’attività – Ho quindi chiesto un prestito di centomila euro alla Carige ma solo per i primi due anni il tasso di interesse era agevolato al 3%, adesso lo stiamo pagando per intero. Insomma, devo dire grazie alla Caritas da cui ho ricevuto cinquemila euro e al prete di zona che me ne ha dati 10mila da una raccolta che aveva raggiunto 400mila euro e ha distribuito fra i commercianti della zona».

CITTADINI IN ALLERTA
Poco più in là, prima di arrivare alla lapide commemorativa, un’istallazione luminosa: la scritta lampeggiante “Comune di Genova - Protezione civile” in caso di allerta può essere sostituita dalle informazioni per la popolazione.
foto di Francesco LoiaconoMitigare il rischio è un lavoro complesso e lungo, ma diffondere le informazioni ai cittadini in tempi rapidi si può fare. «Facciamo campagne informative con le simulazioni nelle scuole, diffondendo libri e volantini, spot televisivi e radiofonici su come convivere con il rischio. Stiamo anche attivando un servizio di telefonate per le persone che vivono in 1.500 edifici nelle aree critiche» racconta Gianni Crivello, assessore comunale alla Protezione civile della giunta Doria insediata a maggio del 2012. Nel 2011 c’era la giunta Vincenzi, coinvolta in un’inchiesta della Procura di Genova proprio sulla gestione dell’allerta. «La nostra città è molto complessa – riprende l’assessore – Siamo attraversati da 88 corsi d’acqua che superano il chilometro di lunghezza e di questi ben 28 sono tombati. A metà 2014 partiranno i lavori per lo scolmatore del Fereggiano ma per completarlo ci vorranno cinque anni. Per affrontare nell’immediato le situazioni di rischio, invece, abbiamo assottigliato il tavolo operativo a 15 persone e monitoriamo il territorio 24 ore su 24 con sorveglianza umana e tecnologica. Presto – promette – saremo in grado di interdire rapidamente parti della città in caso di aggravamento dell’allerta meteo».

FIUME DIMENTICATO
foto di Francesco Loiacono
Il punto in cui il Fereggiano
ha esondato nel 2011


Il viaggio del Fereggiano nel frattempo prosegue al buio sotto l’asfalto e il cemento del quartiere Marassi. L’ultimo tratto è sotto via Monticelli. Il torrente ritrova la luce saltando, come si diceva, nel Bisagno. Un’apertura che si apre perpendicolare sull’argine, rendendo difficile il deflusso dell’acqua in caso di piena del corso principale Com’è avvenuto proprio due anni fa. «Il torrente aveva una larghezza del letto di 96 metri nel 1900, oggi nella parte coperta è largo 48 metri – spiega Enzo Rosso, professore ordinario di costruzioni idrauliche e marittime e idrologia nel Politecnico di Milano e autore del libro in uscita Bisagno, fiume dimenticato (Marsilio editore, 2014)  – È evidente che costringere un fiume in un canale di cemento qualche problema lo pone». Il Bisagno fu coperto durante il fascismo per ragioni igieniche e urbanistiche. «Si vedeva il progresso nel coprire i fiumi – riprende il professor Rosso – oggi sappiamo che vanno invece salvaguardati. Purtroppo però un progetto ambizioso di parziale scopertura, presentato nel 2002, non è stato adottato. Comportava un blocco del traffico per un po’ di tempo. Ecco, bisogna separare nel ragionamento i fiumi dalle strade, perché spesso si guardano i corsi d’acqua come un limite al traffico e alla viabilità». Una logica dura a morire. Come si vede nella zona di Ponte Carrega, poco più a nord risalendo il torrente e superando un’enorme copertura del corso d’acqua: la “lastra” di cemento e asfalto del parcheggio dello stadio Marassi, eredità di Italia ’90. «C’è un progetto che punta a restringere il corso del fiume per circa due chilometri e ad allargare la sede stradale – dice Fabrizio Spiniello,  dell’associazione Amici di Ponte Carrega – Si prevede una tramvia, alla quale non siamo contrari. Però abbiamo paura che il restringimento del Bisagno rappresenti solo un progetto di viabilità e non di messa in sicurezza. Perché comporta l’abbattimento di cinque ponti, di cui due pedonali, da sostituire con due soli ponti carrabili». Un’opera che mette in secondo piano il rischio idrogeologico. «Abbattendo i ponti si aumenta l’impetuosità a valle della piena – aggiunge il professore Enzo Rosso – L’abbattimento ha un senso solo per la viabilità e allora si capisce cosa comanda fra esigenze di traffico e la discesa delle acque dei torrenti». Infatti le nuove esigenze “commerciali” della zona si stanno facendo letteralmente strada. Poco oltre lo storico Ponte Carrega c’era una volta la cementifera, la fabbrica della Italcementi. Oggi non c’è più, al suo posto sorgerà il centro commerciale Bricomen. «Hanno cominciato i lavori poco prima dell’alluvione del 2011 – racconta Ivan De Fazio, dell’associazione Ponte Carrega – Non c’è stata partecipazione pubblica e quando abbiamo protestato è stato scritto nell’accordo che prima di aprire il cantiere avrebbero realizzato la messa in sicurezza del rio Mermi, un affluente del Bisagno. Invece hanno cominciato a costruire il centro commerciale, con il risultato che l’acqua arriva nel quartiere ogni volta che piove. E la beffa sarà che ci troveremo nella valletta un edificio dalle cubature enormi, perché grazie a un cavillo hanno esteso a tutta la nuova struttura l’altezza di 45 metri del punto più alto della cementifera».

FOCE DI CEMENTO
foto di Francesco Loiacono
Foce del Bisagno
Scendiamo infine lungo il Bisagno, da ponte Castelfidardo si “apprezza” la fotografia della città: sul letto del fiume restano solo tre arcate  dell’antico ponte Sant’Agata, una volta erano 28 e coprivano l’intera area golenale fino all’odierno quartiere di San Fruttuoso. Dopo aver salutato i ruderi dell’antico ponte, le acque s’immettono nelle viscere della città: passano sotto la stazione di Genova Brignole e i viali d’epoca fascista per rivedere la luce un chilometro più avanti. Alla foce. E se ad accoglierla c’è una mareggiata con vento da sud, di Libeccio, incontra pure difficoltà nel defluire. Nonostante il grande sbocco a quattro arcate, manco a dirlo, di cemento armato.



DISSESTO IDROGEOLOGICO IN CIFRE
6.633 i comuni in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico;
Oltre 5 milioni di italiani vivono in zone esposte al pericolo di frane ed alluvioni;
541 inondazioni fra il 1960 e il 2012
(Fonte: Legambiente Ecosistema rischio 2011)

(Pubblicato sul numero di dicembre 2013 de La Nuova Ecologia)

Per prevenire le alluvioni meno cemento e più manutenzione



Curare i versanti e prevenire le piene. La ricetta del geologo Guido Paliaga

Intervista di Francesco Loiacono

Genova, vista dal quartiere Quezzi
Gestire i torrenti è difficile. Occorre più cura del territorio che interventi in cemento. E soprattutto bisogna avere rispetto per questo tipo di ambiente: «Perché l’acqua che scende dalle montagne non è come quella che scorre nei tubi di casa, è carica di detriti, vegetazione e rifiuti. E pesa tantissimo» avverte Guido Paliaga, vicepresidente dell’ordine dei geologi della Liguria.




Guido Paliaga


Dopo l’alluvione del 2011 le sembra che Genova abbia voltato pagina sul piano della pianificazione urbana?
Sinceramente grandi cambiamenti all’atto pratico non ne vedo. Ci sono state, e sono importanti, campagne di comunicazione rivolte ai cittadini sui comportamenti da tenere in caso di eventi estremi. Visto che non si può eliminare il rischio di esondazione almeno si comincia da questo.

Si parla tanto dello scolmatore per mettere in sicurezza il Fereggiano. Come valuta questo tipo di opere?
È una soluzione molto costosa, un’opera mastodontica che non si sa neanche quando sarà ultimata. In realtà il problema va affrontato con un’ottica più ampia, investendo sulla manutenzione del territorio.

In che modo?
Un problema critico c’è in val Bisagno, dove i terrazzamenti sono abbandonati. Quando non c’è manutenzione i muretti crollano e aumenta così anche il trasporto solido nei torrenti. Non dimentichiamo però che un sintomo di cattiva gestione sta anche nell’abbandono della spazzatura sui monti o gli incendi che ci privano della protezione degli alberi e fanno aumentare l’erosione.

Ma il Comune di Genova può intervenire nella gestione del territorio che gli sta a monte?
Un comune grande può dire la sua visto che i problemi arrivano in città. Teoricamente i piani di bacino sono un ottimo strumento ma non si fa abbastanza. Dovremmo piuttosto adeguare gli studi, è importante pensare a come sarà il territorio fra trent’anni, pensare alle precipitazioni future che saranno, ormai è acclarato, sempre più spesso di forte intensità. Infine bisogna incentivare e formare i giovani che tornano all’agricoltura, anche sfruttando i fondi europei.

Intanto la Legge di Stabilità finanzia la prevenzione con 180 milioni di euro in tre anni.
Questi fondi sono briciole. Basti pensare a quanto costano opere come lo scolmatore. Servono invece interventi meno eclatanti e più diffusi, forse i 180 milioni basterebbero solo per conoscere il territorio italiano. Ci vuole poi un monitoraggio continuo. Dobbiamo razionalizzare tutto perché di suolo ne abbiamo consumato tanto. Anche in regioni come la Liguria, avara di suoli, ci sono spazi che possono essere recuperati senza costruire altro.
 


(Intervista pubblicata sul numero di dicembre 2013 de La Nuova Ecologia) 

15 agosto 2012

Mare, dove l'acqua è più blu


Riscoprire le tecniche della pesca tradizionale, valorizzare gli ambienti dunali. Abbattere le costruzioni abusive. Storie di un altro mare



Pesca selvaggia, trasporti pericolosi, trivellazioni, cattiva depurazione, erosione costiera, cementificazione, riscaldamento globale. Sono i sette “vizi capitali” che affliggono i mari del Belpaese, fenomeni che derivano per intero dalle attività umane. Proprio all’inizio di un’estate inevitabilmente segnata dalla memoria di una tragedia, quella della Concordia, le cui conseguenze non sono ancora state chiarite fino in fondo. Ma esiste una maniera per cambiare rotta nella tutela delle acque costiere? Le esperienze che abbiamo raccolto lo dimostrano: «Lungo lo Stivale non mancano le buone pratiche di gestione degli ecosistemi marini, dal turismo a impatto zero alla pesca sostenibile, dalla valorizzazione della biodiersità alla riqualificazione di aree sottratte al cemento. Quello che manca è un progetto complessivo che le adotti su larga scala e le trasformi in politiche» spiega Sebastiano Venneri, responsabile mare di Legambiente. Vediamo allora in che modo amministratori lungimiranti, gestori di aree protette e gruppi di volontari stanno portando in salvo il nostro mare.


www.parcodunecostiere.org
RETI DI BIODIVERSITA'
Nel Parco regionale delle dune costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo, in provincia di Brindisi, un progetto di conservazione crea sviluppo e recupera le antiche tecniche di pesca. Qui, negli spazi retrodunali della zona umida del fiume Morelli, è stata infatti reintrodotta l’acquacoltura con metodo interamente biologico. «Per avere una protezione maggiore dell’ambiente – spiega Maria Franca Mangano, biologa marina che lavora al progetto – è stato incentivato il sistema di pesca tradizionale tipica della zona, dandola in gestione ai discendenti della famiglia che la praticava vent’anni fa». Come? Innanzitutto i capitoni, le femmine di anguilla gravide e pronte a partire per il mar dei Sargassi per riprodursi, una volta pescati vengono rilasciati. Poi gli animali si nutrono di ciò che offre l’ambiente e non c’è inserimento di nuovi soggetti provenienti da altri ambienti. Infine, l’ultima chiusa collegata al mare è aperta, lasciando liberi gli animali di entrare e uscire. In pratica più che un allevamento si tratta di un prelievo programmato di anguille e cefali, effettuato solo a dicembre facendo ricorso all’impiego di nasse e tramagli. La pesca tradizionale, quindi, come rimedio al progressivo impoverimento degli stock ittici e strumento di conservazione degli ecosistemi marini, strategia presentata il 23 giugno scorso alla Fiera internazionale della pesca in programma ad Ancona durante il convegno “Un’altra pesca è possibile. Buone pratiche di pesca costiera artigianale, trasformazione del prodotto e commercializzazione”, a cura di Legambiente, Ocean2012, Wwf.



SCHELETRO SPARITO
In Liguria, invece, una collina sventrata dal cemento diventa un sentiero aperto a tutti. A Palmaria, infatti, lo “scheletrone”, l’ecomostro che per quarant’anni ha deturpato il colpo d’occhio da Porto Venere, è stato abbattuto tre anni fa e il bello è che al suo posto non è stato realizzato niente. C’è solo un percorso pedonale “adottato” dagli studenti del plesso scolastico che ora lo abbelliranno con mattonelle di ceramica. «Il taglio del nastro del percorso rappresenta la rivincita della natura – commenta il sindaco di Porto Venere Massimo Nardini – Stiamo lavorando affinché Palmaria diventi un piccolo modello di sviluppo sostenibile». Un cambio di rotta notevole, che premia anche chi si è battuto per anni affinché venisse rimosso il residence. «La vicenda dello scheletrone dell’isola di Palmaria – spiega Paolo Varrella, presidente del locale circolo di Legambiente che ha portato avanti una battaglia ventennale – è il frutto della pessima pianificazione del territorio, visto che solo gli ultimi due piani erano abusivi ma il resto dell’edificio era stato in un primo tempo autorizzato. Ciò dimostra quanto siano superficiali e spesso frutto di logiche clientelari gli strumenti urbanistici, a maggior ragione in aree così sensibili. Per fortuna – conclude Varrella – adesso lo spazio è pubblico, aperto a tutti e fruibile anche dalle persone diversamente abili».

A CINQUE VELE
Il Comune di Melendugno (Le), dopo decenni di edilizia pesante sulla zona costiera, ha adottato politiche di recupero del patrimonio marino, di quello storico con interventi di salvaguardia dell’area archeologica di Roca Vecchia, della Grotta della Poesia e di quella di San Cristoforo. «Fiore all’occhiello di questa inversione di tendenza – commenta Maurizio Cisternino, assessore all’Ambiente di Melendugno – è il recupero del canale Brunese e la collaborazione con l’Acquedotto Pugliese e la Regione Puglia per il recupero delle acque reflue in bacini fitodepurativi». Non a caso sul litorale di Melendugno nidifica la specie di tartaruga Caretta caretta e il comune salentino ha conquistato, quest’anno per la prima volta, le Cinque vele che Legambiente e Touring club assegnano alle località costiere amiche dell’ambiente. Fra queste, molte si trovano in Sardegna, dove le amministrazioni comunali sono sempre più attente a chiudere il ciclo dei rifiuti e delle acque reflue. Come a Villasimius (Ca), altro comune sardo “a cinque vele”, dove si va oltre la protezione del sistema dunale raggiungendo percentuali altissime di differenziata e la gestione delle acque reflue prevede anche il riutilizzo.

DUNE PREZIOSE
In Campania, un gruppo di volontari è impegnato nell’Oasi dunale diPaestum per contrastare l’erosione costiera ed evitare l’installazione di dispendiosi “pennelli” a mare, per bloccare l’abusivismo e restituire lo sbocco sul Tirreno alla celebre area archeologica. «Dopo la Seconda guerra mondiale e la bonifica della piana – racconta Lucio Capo, direttore dell’Oasi dunale – è stata creata una pineta per proteggere i terreni agricoli dalla salsedine marina, perdendo così il rapporto della città con il mare. L’Oasi vuol recuperare questo legame e creare un parco archeologico e naturale diffuso. Non è un caso se negli ultimi dieci anni la duna è ricresciuta di 3-4 metri e l’erosione costiera è stata bloccata, mentre a 500 metri da qui, dove c’è il cemento, l’erosione avanza». Il chilometro di dune protetto dai volontari è l’unico dei 10 ancora rimasti in Campania, un tempo erano 100, gli altri nove sono sottoposti ad attacchi continui: lidi e cemento. «Ci troviamo in un contesto molto antropizzato con un livello di abusivismo elevato – spiega Lucio Capo – Il 10% dell’area vincolata è stato cementificato nonostante ci sia il divieto di costruire a meno di un chilometro dalle mura dell’antica Paestum. Ecco perché se non ci fossimo stati noi – chiude con orgoglio Capo – la duna sarebbe scomparsa».

MODELLO TAVOLARA
Più protezione, più pesci, più pescato, più turismo per le immersioni subascquee, e dunque più soldi. La ricetta è semplice e l’area marina protetta di Tavolara Punta Coda Cavallo l’ha saputa preparare bene negli ultimi dieci anni. Intorno all’isola sarda, l’efficiente protezione della zona A, quella a protezione integrale, ha favorito il cosiddetto effetto riserva: gli stock ittici si sono rigenerati e pian piano hanno “traboccato” nelle zone limitrofe, dove sono consentite le immersioni subacque. «Intorno a Tavolara i subacquei fanno delle immersioni magnifiche, trovano cernie, saraghi, corvine e dentici – racconta Augusto Navone, direttore della riserva marina – E infatti ne arrivano tantissimi. Il turismo subacqueo da noi non risente della crisi. Solo nel 2011 il nostro territorio ha avuto 20 milioni di euro di indotto, dati certificati da un rigoroso studio, che sono frutto di 16.500 immersioni. Basti pensare che nel 1997 se ne facevano solo 2.500». Uno sviluppo del turismo che non reca danno all’ambiente. «Abbiamo un sistema di monitoraggio continuo sui siti d’immersione e tutti gli indicatori dicono che non risentono della fruizione – riprende il direttore Navone – D’altronde, abbiamo creato molto consenso fra gli operatori del settore intorno ai vincoli che ci siamo dati: mai più di cinque subacquei per guida e più di due imbarcazioni per punto d’immersione». L’ambiente marino quindi non viene sforzato, i pesci si rigenerano, i subacquei apprezzano e i pescatori gongolano. «Qui hanno dei coefficienti di resa fra i migliori di Italia, 23 chilogrammi per chilometro di attrezzo. Però – ricorda il direttore dell’area marina protetta – sono ammessi solo pescatori artigianali e professionisti residenti nei comuni consorziati, e operano con attrezzi selettivi che non fanno un gran prelievo». Altro che pesca selvaggia.



di Francesco Loiacono - Pubblicato su Nuova Ecologia, luglio-agosto 2012


#Ilva, immagini da Taranto (3 agosto 2012)

#Ilva, immagini dalla manifestazione dei sindacati del 3 agosto 2012. Il comitato cittadini e operai liberi e pensanti ha fatto irruzione in piazza della Vittoria per leggere il proprio comunicato. I sindacati hanno sospeso il comizio, ricominciato dopo l'uscita di scena del comitato.


operai in corteo / foto di Francesco Loiacono

il palco dei sindacati / foto di Francesco Loiacono

striscione del comitato cittadini e operai liberi e pensanti

l'irruzione del comitato sotto al palco dei sindacati: "la rovina dell'Italia siete voi"

il comitato raggiunge il palco
il comizio del comitato in piazza della Vittoria: oggi è l’anniversario della strage di Bologna, anche a Taranto c’è una strage in atto

la polizia presidia la piazza a protezione del palco mentre il comitato abbandona la piazza

il comizio dei sindacati. Camusso (Cgil) : gli investimenti che l’Ilva deve fare possono essere fatti a impianto aperto

31 gennaio 2012

Milleproroghe al Sistri

Il decreto di gennaio ha posticipato per l’ennesima volta l’avvio del sistema di tracciabilità dei rifiuti. Ora si parte il 30 giugno



è un destino segnato da proroghe, inchieste e critiche, quello del Sistri: il sistema di tracciabilità elettronica dei rifiuti voluto da Pecoraro Scanio quando era al vertice del ministero dell’Ambiente e presentato con orgoglio dal suo successore, Stefania Prestigiacomo, poco meno di un anno fa, quando si pensava di farlo partire a giugno 2011. Il Sistri, grazie al monitoraggio satellitare dei camion che trasportano i rifiuti, dovrà mandare in pensione i vecchi moduli cartacei Mud, ma l’obiettivo più ambizioso è quello di sconfiggere le ecomafie. Dalla sala operativa del Sistri, nella sede della Selex (azienda del gruppo Finmeccanica finita sotto la lente della magistratura proprio per l’affidamento del progetto), i carabinieri del Noe dovranno tenere sotto controllo gli oltre 85mila camion che trasportano quotidianamente rifiuti su e giù per la Penisola. Senza contare che la famosa “black box”, nella quale il trasportatore deve inserire una chiavetta usb con i dati del carico, è installata nel vano guida dei camion. I malintenzionati potrebbero perciò sostituire il rimorchio durante il viaggio senza che la scatola nera registri alcun cambiamento. 

A gennaio la partenza del Sistri ha subito l’ennesimo slittamento: il decreto milleproroghe ha spostato dal 2 aprile al 30 giugno la data d’avvio. Le ditte che dovranno utilizzare il sistema di tracciabilità hanno altri due mesi, quindi, per imparare come si utilizza correttamente il sistema. Ma nel frattempo i costi del sistema, più volte prorogato, cominciano a diventare pesanti. La Nuova Ecologia ha eseguito un test presso la Società recupero imballaggi (Sri) di Gricignano d’Aversa (Ce). La prova ha evidenziato una certa macchinosità delle operazioni, che sarà forse superata durante le prossime settimane, ma soprattutto problemi dovuti a recenti cambiamenti nelle procedure dei quali gli operatori, nonostante abbiano dedicato risorse e tempo alla formazione, non erano ancora a conoscenza. Insomma, le aziende durante gli ultimi due anni hanno impiegato nel passaggio al nuovo sistema risorse umane ed economiche: ogni black box, ad esempio, è collegata tramite schede sim al sistema Gprs e questo significa che da oltre un anno sono attivi contratti telefonici a spese delle aziende senza che il sistema sia ancora in funzione. «Capiamo questi disagi finché un sistema è in evoluzione – commenta il responsabile amministrativo della Sri Francesco Pascale, che ci ha accompagnato durante il test – purché si giunga presto a una concretezza delle procedure e alla certezza che il Sistri parta». Ma nonostante i soldi spesi questa certezza ancora non c’è. 
(Pubblicato su Nuova Ecologia)
 
IL VIDEO DEL TEST DI NUOVA ECOLOGIA AL SISTRI