di Francesco Loiacono
Parte con un carico di perplessità il Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti che dopo ritardi, proroghe, polemiche, ricorsi al Tar e indagini della magistratura entrerà in vigore il primo giugno. «Sarà una rivoluzione di legalità e di efficienza per il settore», annuncia il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo durante un’attesissima conferenza stampa di presentazione del progetto nato ai tempi del suo predecessore Alfonso Pecoraro Scanio. Il nuovo sistema si basa sul monitoraggio satellitare dei camion che trasportano rifiuti, mandando in pensione i vecchi moduli cartacei Mud. «Ad oggi – spiega il ministro – gli ultimi dati disponibili sono contenuti nel Rapporto Rifiuti 2008, basato sui Mud del 2006. Questo è uno scandalo. Ma ora avremo dati aggiornati in tempo reale». Il salto tecnologico consentirà dunque una semplificazione burocratica. Ma se l’obiettivo del Sistri è la lotta alle ecomafie, i dubbi non mancano.
Le imprese che producono i rifiuti dovranno salvare i dati (peso, tipologia e tragitto verso le discariche) su una chiavetta Usb che il trasportatore dovrà collegare a una sorta di scatola nera installata sui camion, chiamata appunto black box. Questa, associata alla targa del mezzo, permette ai carabinieri del Noe di monitorare via satellite ogni spostamento dei rifiuti, nonché il loro ingresso nelle discariche e l’effettiva corrispondenza fra il carico registrato sulla chiavetta Usb a quanto realmente smaltito. All’entrata delle discariche, infatti, le videocamere riprendono la targa consentendo al sistema informatico di rilevare eventuali irregolarità. Ma le black box sono installate sulle motrici dei camion. Nulla vieta ai malintenzionati di cambiare il rimorchio o di modificarne il contenuto durante il tragitto. «Devono però cambiare anche la targa affissa sul rimorchio, un’operazione non certo rapida», ribattono i tecnici alle perplessità avanzate dai giornalisti durante la presentazione. «Noi ci accorgiamo della sosta entro 30 secondi – spiega il maresciallo del Noe che coordina la sala controllo del Sistri – e possiamo intervenire con una volante sul territorio». Bisogna dunque vigilare quotidianamente e simultaneamente su 85mila camion che montano
la black box e l’intervento umano, fatto di blitz e posti di blocco, è ancora imprescindibile. Fatale sarebbe affidarsi solo alla tecnologia. E poi, come si controlleranno i rifiuti che non viaggiano su camion dotati di black box, quelli in mano proprio alla criminalità organizzata? E ancora: come si controlleranno i rifiuti in ingresso negli impianti di depurazione e di trattamento, visto che questi non sono oggetto di videosorveglianza? «È necessario che il Sistri coinvolga anche i centri di stoccaggio», mette in guardia Giorgio Zampetti, dell’Ufficio scientifico di Legambiente. «Il sistema si potrà sempre migliorare – ammette la Prestigiacomo – adesso la sfida è farlo entrare a regime». Intanto però a oggi sul sistema rimane una procedura di segretezza, che il ministro ha inutilmente chiesto di rimuovere: «Francamente non se ne comprende la ragione - dice il senatore del Pd Francesco Ferrante che sul Sistri ha presentato una dozzina di interrogazioni parlamentari - A questo punto cadrà a giugno, quando andrà in vigore. Ma rimangono delle zone oscure intorno alla nascita di questo sistema che, se funzionasse, potrebbe servire anche per programmare meglio la politica dei rifiuti».
Inoltre, come ha denunciato nei mesi scorsi il procuratore di Civitavecchia Gianfranco Amendola, il decreto con cui a dicembre è stata fatta slittare per la terza volta la partenza del Sistri ha provocato anche la sospensione delle sanzioni per chi commette reati nella gestione dell’immondizia: «Sto facendo approfondire la questione dall’ufficio legislativo del ministero», si difende la Prestigiacomo. «Sistri a parte, per contrastare il traffico illegale bisogna inserire i delitti ambientali nel codice penale, come peraltro previsto dalla direttiva europea che l’Italia doveva recepire entro il 2010 – aggiunge Zampetti – Invece, paradossalmente, in Parlamento si discute un disegno di legge che renderebbe impossibile intercettare le conversazioni dei trafficanti: uno strumento indispensabile per combattere le ecomafie».
pubblicato su Nuova Ecologia di Aprile
Sono nato a Taranto, città segnata dalla presenza di un polo industriale ed inquinante, nello stesso giorno del disastro di Seveso. Crescendo sono diventato giornalista ambientale. Questo blog ospita alcuni miei articoli, ma non è una testata giornalistica
8 aprile 2011
2 aprile 2011
VIDEO. Rastrellamenti di tunisini a Manduria, sotto gli occhi delle forze dell'ordine
Riprendo e pubblico questo bel reportage di Telerama che documenta la situazione intorno al campo di Manduria, dove centinaia di tunisini vengono portati senza sapere cosa farne e da dove, in centinaia, fuggono. I giovani migranti, che certo non desiderano costruire il proprio progetto di vita a Manduria, sono costretti a sfuggire addirittura ai rastrellamenti delle "ronde civili". Martedì un ragazzo tunisino è stato preso a bastonate, colpevole di aver abbandonato il campo.
8 febbraio 2011
Morire di carcere
Sono già tredici i morti in carcere in questi primi 39 giorni del 2011, cinque per suicidio.
Dal 2000, 1749 detenuti hanno perso la vita dietro le sbarre, fra questi 631 la vita se la son tolta.
Sono i numeri impietosi raccolti da Ristretti, sito di cultura e informazione dal cacere, nel rapporto Morire di carcere.
Sono i numeri impietosi raccolti da Ristretti, sito di cultura e informazione dal cacere, nel rapporto Morire di carcere.
4 febbraio 2011
29 ciclisti uccisi dall'inizio dell'anno
| Counter aggiornato da A chi tocca |
Un episodio grave che ricorda, ancora una volta, come la vita di pedoni e ciclisti sia sempre in pericolo sulle strade italiane. Anche quelle di città. Sul sito “A chi tocca” l’elenco dei morti dall’inizio dell’anno. Nel
Le immagini dell'incidente di ieri (da Repubblica Roma)
2 febbraio 2011
2011 ANNO INTERNAZIONALE DELLE FORESTE. Intervista a Cesare Patrone, capo della Forestale: «Portiamo i boschi in città»
‘È la città il punto debole del nostro territorio. Bisogna far crescere i polmoni verdi nelle aree urbane: è dove la gente vive che dobbiamo migliorare la qualità della vita’ / di FRANCESCO LOIACONO
LINK: il sito dell'Onu dedicato all'anno delle foreste
LINK: il sito dell'Onu dedicato all'anno delle foreste
Per Cesare Patrone, capo del Corpo forestale dello Stato, l’Italia deve puntare a un sistema di protezione diffuso, che vada oltre le aree protette, per riscoprire e rivalutare zone del paese dismesse. E portare i boschi in città.
Come stanno i boschi italiani nell’Anno internazionale delle foreste?
Rispetto a trent’anni fa siamo più ricchi di boschi. Ma non illudiamoci, non siamo un popolo che pianta più alberi. È la natura che si riprende lo spazio, e la Forestale accelera questo processo aumentando con la cura l’efficienza ecologica delle foreste.
È la Forestale che accerta oltre il 50% degli ecoreati commessi nel Belpaese. Quali sono le minacce più pericolose per i boschi?
Al primo posto ci sono gli incendi. Quelli dolosi che cancellano superfici boschive molto estese ovviamente, anche se in certi casi sono peggiori i danni provocati da chi appicca un incendio non volendo. Questo è figlio della negligenza, quando invece abbiamo bisogno di atteggiamenti virtuosi dei cittadini. Dopo gli incendi, fra i reati a danno dei boschi ci sono le discariche abusive. Vedere un bosco ridotto a discarica è inaccettabile.
La Forestale svolge anche studi e ricerche nelle foreste.
Sono attività legate ai progetti Life, interessantissimi perché la foresta è qualcosa di molto vivo. Facciamo per esempio studi sull’agricoltura di collina e di montagna perché questo permette all’orso di non scendere a valle. A livello europeo partecipiamo, fra gli altri, a un importante progetto Life+ per costruire un sistema di monitoraggio forestale attraverso l’integrazione degli inventari nazionali. Sarà uno strumento importante per il futuro delle foreste europee.
Quali sono i modelli di gestione che funzionano meglio in Italia?
Si pensa spesso che il Parco sia il miglior modello di gestione, in realtà è un modello ottimo ma se esclude alcune attività diventa un prototipo che non potrà mai essere esportato. Invece noi dobbiamo impostare un sistema di protezione diffuso.
Si spieghi meglio.
Dobbiamo uscire dall’ottica che la protezione si fa solo nei Parchi. Il sistema di protezione deve essere diffuso su tutto il territorio: le zone extra urbane devono essere valorizzate con modelli di tipo culturale, dov’è stato fatto, come in Toscana o in alcune aree della Puglia, sono tornate a vivere.
La strada della riscoperta è intrapresa, però dobbiamo andare avanti e conquistare la città, perché quello è il punto debole del nostro territorio. Bisogna curare e far crescere i polmoni verdi nelle aree urbane, pensare alle periferie con le zone industriali: è lì, dove la gente vive, che dobbiamo migliorare la qualità della vita.
A chi rivolge questo invito?
A tutti agli organi dello Stato preposti alla tutela del territorio. La prevenzione è fondamentale, dalle sistemazioni idrauliche alla cura degli alberi. Gli enti locali, per dirne una, dovrebbero fare piani antincendio e strutture di ricovero per gli animali. Direi che possiamo rinunciare a qualche sagra estiva pur di avere i piani antincendio. No?
Pubblicato su Nuova Ecologia - febbraio 2011
Pubblicato su Nuova Ecologia - febbraio 2011
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